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Resto, quindi sono: i corpi e le voci marginali in “Crescere, la guerra”. Così Francesca Mannocchi porta il conflitto sul palco di Mezzani

Per ogni guerra la fine peggiore è annegare nelle parole. Circonlocuzioni verbali, dibattiti sulle definizioni e narrazioni asettiche svuotano il senso profondo della tragedia.

Il Libano, l’Afghanistan, la Palestina, la Siria. E poi i campi profughi, i territori della diaspora, le identità sradicate o innestate altrove. Francesca Mannocchi si muove tra tempi di conflitto e periodi di fragile tregua e li racconta in Crescere, la guerra – opera in versi divenuta  un reading teatrale e musicale portata a spasso per palchi estivi, come quello di Mezzani.

La scelta è radicale,  affidarsi a musica e poesia per  trasformare la parola in materia viva e restituire corpo alla memoria.

La poesia diventa il medium privilegiato per «raccontare l’irraccontabile», offrendo un supporto alla parola imperfetta nel suo compito di tramandare il ricordo. L’invito è a non distogliere lo sguardo dalle voci che provengono dai margini del nostro campo visivo, corpi sfocati che restano solitamente fuori campo nell’immaginario collettivo occidentale.

I protagonisti non sono i leader, i generali o le grandi strategie geostrategiche, ma le storie minuscole, che rendono l’argine del Po un luogo di silente immaginazione.

«Il vedere non è mai neutro, perché si vede sempre da un luogo e si racconta sempre da una ferita».

Il percorso poetico si snoda attraverso scenari geografici e umani segnati dall’oblio. Nell’Afghanistan della guerra perpetua, gli sguardi dell’esule Fahim e della giovane Samya mettono a nudo vent’anni di promesse tradite, costringendo il lettore a interrogarsi sulla propria posizione di spettatore distante. La narrazione si sposta poi verso la Siria dei sommersi, dove dalle ombre del carcere di Sednaya ai viali del campo profughi di Yarmouk – luogo simbolo dell’esilio palestinese – i versi danno un nome a corpi e volti rimasti invisibili durante gli anni del conflitto. Infine, la riflessione giunge in Palestina attorno al senso dell’abitare: qui il concetto di casa come «prima forma di fede» si declina attraverso la resistenza quotidiana di chi sceglie di restare. In questo contesto risulta emblematica la figura della “Nonna di Jenin”, il cui corpo trattiene la memoria di chi non c’è più, trasformando la semplice sopravvivenza in un atto d’identità sintetizzato nel motto «Resto, quindi sono».

In Crescere, la guerra, i corpi dei mutilati e dei sopravvissuti si configurano come il più fedele degli archivi. Trasformando la cifra statistica dei bollettini bellici in biografie individuali. Il pubblico è richiamato alla responsabilità dell’ascolto e della scelta dello sguardo con cui interpretare il presente per restituire dignità a chi è stato relegato ai margini della storia.

 

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