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Pienone per l’inaugurazione della Sala del Trionfo della Pilotta di Parma (foto)

Nel retro palco del Teatro Farnese, spazio finora non accessibile al pubblico e completamente riallestito.Attorno allo spettacolare Trionfo da tavola di DamiàCampeny, trovano degna collocazione opere di Petitot e Boudard, ceramiche della Real fabbrica di Parma, severi armadi farnesiani e arredi di gusto rocaille insieme a una attenta selezione di preziosi manufatti sottratti al buio dei depositi e posti in dialogo con gli affreschi dei maestri attivi a Parma dal XVI al XVIII secolo.

L’accostamento di questo variegato patrimonio rievoca gli ambienti della corte ducale, caratterizzati dalla convivenza delle diverse arti, in sintonia con il gusto artistico europeo.

L’evento inaugurale è stato accompagnato da un concerto con musiche di F. J. Haydn, W. A. Mozart e G. Verdi eseguite dai due violini MihaelaCostea e Simona Cazzulani, realizzato dalla Fondazione Arturo Toscanini di Parma.

Le opere

 

 

Trionfo da tavola

DamiàCampeny (Matarò 1771 – Barcellona 1855)

1803

Marmi, pietre dure, bronzo, bronzo dorato

Provenienza: Roma, Palazzo di Spagna, in Galleria Nazionale dal 1966

 

Protagonista assoluto di questo nuovo allestimento è lo spettacolare Trionfo da Tavola dello scultore catalano DamiàCampeny da cui questa sala prende il nome, realizzato a Roma tra il 1803 e il 1806 per l’Ambasciata di Spagna su commissione di Antonio de Vargas y Laguna ambasciatore presso lo Stato Pontificio.

Si tratta di un raffinato insieme decorativo il cui programma iconografico di chiaro gusto neoclassico si ispira all’Iconologia di Cesare Ripa.  Composto da trenta statuette in bronzo dorato o patinato, dodici anfore, quattro vasi, quattro fruttiere, due candelabri, quattro tripodi e trentadue leoni che sorreggono la grande base in marmo, il Trionfo di Campeny poteva ornare una tavola di settanta coperti, con possibili modifiche che consentivano di adattarlo a un numero inferiore di commensali.

La consuetudine di abbellire il centro della tavola con composizioni decorative durante i conviti delle corti aristocratiche si diffonde già a partire dal Rinascimento ma è solo nei secoli successivi, dal Seicento all’Ottocento che gli ornamenti si fanno più complessi, dando vita a lussuosi e ricercati apparati scenici di carattere storico e mitologico che impreziosivano le tavole durante banchetti e festeggiamenti ufficiali, secondo il gusto delle diverse epoche.  Nel corso del Settecento i Trionfi si “allungano” a formare una sorta di grande vassoio, di solito in marmo, su cui sono poste statuette in porcellana o bronzo dorato, vasi e fruttiere di materiali pregiati con una impostazione molto simile a quella adottata da Campeny. L’opera si caratterizza per la presenza dominante della figura umana, rispetto agli elementi più specificamente decorativi, usata per trasmettere significati legati allo scorrere del tempo, come l’alternarsi del giorno e della notte, il mutare delle stagioni e la ricchezza dei frutti prodotti dalla terra.

Al centro della composizione dominano le due figure di Apollo e Diana, simbolo del Sole e della Luna, poggiati su un ricco basamento fiancheggiato da quattro figure femminili che rappresentano i quattro elementi Acqua, Aria, Terra e Fuoco. Ai lati si ergono Cerere e Bacco, allusive alla fertilità della terra, circondate da statue di offerenti. Completano l’insieme decorativo una serie di statuette che personificano le Stagioni e i Mesi dell’anno, rappresentate coi simboli che alludono ai lavori stagionali e ai frutti della terra, mentre sui loro piedistalli sono raffigurati i corrispondenti segni zodiacali, intervallate da anfore, crateri, candelieri, tripodi e fruttiere in pietre dure e marmi colorati, ispirati all’antico.

Non sappiamo con precisione attraverso quali strade lo strepitoso complesso decorativo, sia giunto nel Palazzo della Pilotta. Probabilmente entra a far parte del patrimonio dei Borbone di Parma attraverso passaggi ereditari.  Il prezioso arredo è ricordato per la prima volta nell’Inventario dei beni della regge parmensi, redatto per volontà dei Savoia dopo l’Unità d’Italia nel 1861, tra le collezioni del Museo d’Antichità; dal 1966 diventa patrimonio della Galleria Nazionale.

 

 

 

Faenza

Piatto da parata, 1535 circa

Dish, ca. 1535

Maiolica

Earthnware, covered front and back in a blue tinted (“berettino”) in glaze

Museo Nazionale di Antichità, Galleria nazionale (1963)

Inv. 1583

 

Questo grande piatto è rivestito da uno spesso strato di smalto azzurrato noto con il termine “berettino” ed è integralmente dipinto: il verso ospita motivi alla “porcellana” disposti per bande concentriche, mentre sul fronte soggetto istoriato con la “Circoncisione” è ripreso con estrema perizia pittorica da un’incisione di AlbrechtDürer, appartenente alla sua serie della “Vita della Vergine”. Posto in risalto dalla ricca cornice con motivi a “grottesche” sulla tesa, è delimitato da una fascia nel cavetto con sovra decorazioni in bianco stagno. La qualità e raffinatezza di tali vasellami fecero la fortuna di Faenza rendendola rinomata in tutta Europa.

 

 

Probabilmete Pesaro, o ceramista pesarese attivo a Parma

Piastrelle, 1471-1482

Tiles, 1471-1482

Terracotta maiolicata

Earthnware, tin-glazed on the front only

Monastero di San Paolo, Museo Nazionale di antichità (1880), Galleria Nazionale (1963-1966)

 

Il Complesso monumentale della Pilotta conserva uno dei più raffinati pavimenti rinascimentali noti, conposto da 346 mattonelle residuali (altre sono conservate in vari musei europei) provenienti dal monastero di San Paolo e commissionate dalla badessa Maria de’ Benedetti (1471-1482). L’ambito produttivo è stato variamente identificato dalla critica con Casteldurante, Faenza, Parma e Pesaro, ipotesi, quest’ultima, che appare attualmente più credibile. Oltre all’Araldica e ai Ritratti, i filoni culturali che emergono dall’esame iconografico includono Massime e Iscrizioni, Neoplatonismo, Tarocchi, Bestiario e Mitologia, inseriti in un tessuto vegetale variato con motivi a foglia gotica, a pavona, frutti di melograno e cotogno, nonché richiami elitari, quali il “fiore sforzesco” e il “drago alato”.

 

Bottega degli Zucchi

Cassapanca, metà del XVI secolo

Chest, mid-16th century

Legno intagliato / Carvedwood

Palazzo Sanvitale, Museo Nazionale di antichità

 

Questa cassapanca, proveniente da Palazzo Sanvitale e attribuibile alla bottega locale degli Zucchi, testimonia il prepotente ingresso del classicismo rinascimentale a Parma dopo l’arrivo dei Farnese. Qui la marcata monumentalità di origine fiorentina e romana, testimoniata dal trattamento del mobile come un frammento di trabeazione antica, si arricchisce di elementi decorativi tipici del gusto settentrionale, come le incastonature in legno scuro agli angoli, che suggeriscono impreziosimenti in pietra policroma.

 

 

Manifattura lombarda

Paio di sgabelli, quarto decennio del XIX secolo

Pair of Stools, fourth decade of the 19th century

Legno laccato e dorato / Carved and gildedwood

Residenze ducali

Inv. 59/1-6

 

La serie di sgabelli in stile tardo-impero documenta il rinnovamento degli ambienti luigini avvenuto per volontà del terzo marito di Maria Luigia, Charles-René de Bombelles tra 1834 e 1835. Prodotti da maestranze milanesi o piacentine, essi testimoniano il permanere tardivo dell’estetica impero e restaurazione in anni in cui l’Europa intraprendeva la strada del revival neogotico. L’apparente ritardo è dovuto alla retorica riformista su cui il governo di Maria Luigia basava la sua legittimità. Le sedute a sgabello nelle sale del trono francesi vennero, in realtà, introdotte in ripresa degli accampamenti romani e a sottolineatura dell’egualitarismo militare del potere post-rivoluzionario.

 

 

Manifattura dell’Italia settentrionale

Tavolo con stipo, XVII sec.

Cabinet, 17th century

Ebano e avorio / Ebony and ivory

Acquistato sul mercato veneziano per Carlo III di Borbone (?), in deposito dall’Amministrazione provinciale al Museo Nazionale di antichità.

 

Lo stipo, arricchito con tarsie d’avorio, documenta la ricezione in area nord-italiana di un gusto ispanico e fiammingo ben diffuso nel continente nella prima metà del Seicento. Mobilio di questa tipologia è ben rappresentativo delle produzioni emiliane, dovute ai legami dinastici tra i Farnese e la casata asburgica. L’attardarsi in questa fase di temi e iconografie manieristiche è dovuto alla fierezza con cui il classicismo cattolico si confronta al tempo della Controriforma con il rifiuto protestante per le immagini.

 

 

 

 

Anonimo Fammingo

Discesa dalla croce, XVI secolo

Descent from the Cross, 16th century

Dente di ippopotamo intagliato / Carvedhippopotamustooth

Guardaroba di don Ferdinando (?), collezione privata (in deposito presso lo studio Toschi), Collezioni ducali (1849), Museo Nazionale di antichità

Inv. 1538

 

L’opera appartiene a una serie di rilievi realizzati in vari materiali di pregio a partire dalla seconda metà del Cinquecento e riconducibili a un’invenzione michelangiolesca tramandataci da un disegno conservato al TeylersMuseum di Haarlem. Essa potrebbe essere ricondotta al fiammingo Nicolas Mostaert per la sua vicinanza a due avori intagliati conservati al Museo degli Argenti di Firenze e ai Musei Vaticani. Secondo alcune fonti, l’esemplare parmigiano si sarebbe trovato nella camera da letto di don Ferdinando, a uso della sua fervente devozione personale.

 

 

Jean-BaptisteBoudard

Parigi 1710 – Sala Baganza 1768

Ennemond Alexandre Petitot

Lione 1727 – Marore 1801

Camino, 1755-60 circa

Fireplace, ca. 1755-60

Marmo / Marble

in deposito dall’Amministrazione provinciale al Museo Nazionale di antichità (1923)

 

Un disegno in collezione privata documenta l’intervento di Petitot nella progettazione del camino, eseguito poi verosimilmente da Jean BaptisteBoudard, che ne era ritenuto l’artefice già al momento dell’ingresso dell’opera al Museo Nazionale di antichità. Essa è esemplificativa del gusto di transizione tra rocaille e neoclassicismo dominante a Parma a metà Settecento. Il rigore neoclassico si impone visibilmente su forme ancora mobili, come testimonia il movimento dei festoni e il medaglione centrale che struttura attorno a un cerchio i cedimenti altrimenti sinuosi del camino in stile Luigi XV.

 

 

Ignazio Domenico Giovanni Marchetti

Parma 1715 – 1800

Tavolo da muro, 1770 circa

Console Table, ca. 1770

Legno dorato / Gildedwood

Residenze ducali

 

L’opera viene attribuita per ragioni stilistiche a Ignazio Marchetti, intagliatore in legno a capo della bottega ducale. I suoi lavori sono talvolta frutto di invenzioni proprie, talaltra realizzazioni da disegni altrui, come parrebbe verisimile nel caso del tavolo da muro con teste di montone esposto in questa stessa sala. Le due gambe a forma di trofeo militare immerso in una selva promettente vittoria comprovano la sua diretta committenza ducale probabilmente legata a don Ferdinando.

 

 

Giuseppe Sbravati (?)

Parma 1743 – 1818

Ritratto di don Ferdinando di Borbone, circa 1775-80 (?)

Portrait of Don Ferdinando of Bourbon, ca. 1775-80 (?)

Stucco policromo / Painted stucco

Donato nel 1927 da Francesco Guarnati al Museo Nazionale di antichità, in Galleria Nazionale dopo il 1958

Inv. 1865

 

L’iscrizione apocrifa a inchiostro “I.B. BOUDARD 1774” sul retro dell’opera fa pensare a un calco di un celebre ritratto marmoreo di profilo di don Ferdinando andato perduto. Si può allora cercare l’autore di questo stucco all’interno della bottega dello scultore francese e l’attribuzione va quindi al suo miglior allievo, Giuseppe Sbravati. Vale la pena sottolineare l’accostamento tra il bianco del volto e l’azzurro del fondo, ispirato alle ceramiche neoclassiche Wedgwood, in un progressivo avvicinamento delle arti maggiori alle decorative

 

 

Ignazio Domenico Giovanni Marchetti

Parma 1715 – 1800

Ennemond Alexandre Petitot

Lione 1727 – Marore 1801

Tavolo da muro, 1769 (?)

Console Table, 1769 (?)

Legno dorato / Gildedwood

Residenze ducali

 

La consolle va messa in relazione con un tavolo da muro analogo attualmente conservato presso la Palazzina di caccia di Stupinigi e con quello di dimensioni maggiori della Sala Grande della Reggia di Colorno. Si riferisce quasi certamente a queste opere, tutte neoclassicamente decorate con ghirlande e teste di montone, una nota manoscritta di Marchetti controfirmata da Petitot, che confermerebbe l’intervento del primo come intagliatore e renderebbe plausibile una responsabilità del secondo in qualità di progettista.

 

 

Sebastiano Galeotti

Firenze 1675 – Mondovì 1741

Mercurio e Minerva proteggono la Virtù dagli strali di Giove che scaccia l’Ignoranza, 1724-27

Mercury and Minerva Protecting the Virtue from Jupiter’sThunderbolts, 1724-27

Affresco staccato / Fresco

Rocca di Sala Baganza, deposito

 

L’affresco, staccato dopo il terremoto del 1971 e depositato in Galleria Nazionale, venne realizzato per volontà di Antonio Farnese per il piano nobile della Rocca di Sala Baganza. Esso faceva parte di un più ampio ciclo pittorico volto alla celebrazione delle virtù necessarie al buon sovrano per condurre il governo e sconfiggere i vizi. È stato qui collocato assieme ad altri affreschi riconducibili allo stesso autore, al fine di contribuire alla ricomposizione dell’unità di gusto tipica del secolo diciottesimo, a complemento delle arti decorative coeve alla corte ducale.

 

Sebastiano Galeotti

Firenze 1675 – Mondovì 1741

Fede e Giustizia (II strappo), circa 1723

Faith and Justice, ca. 1723

Affresco staccato / Fresco

Parma, convento dei Canonici Lateranensi di San Sepolcro (poi scuola “Angelo Mazza”), donato dal Comune di Parma alla Galleria Nazionale

Inv. 1503/1

 

Il distacco degli affreschi di Sebastiano Galeotti presenti in questa sala è avvenuto tramite la tecnica dello strappo, che consente di rimuovere la pellicola pittorica e di trasportarla su tela. In alcuni casi poteva accadere che sullo strato di intonaco residuo permanesse un’impronta visibile, che poteva essere lasciata sul paramento murario o ulteriormente rimossa, come è avvenuto in questo secondo strappo della Fede e Giustizia.

 

Sebastiano Galeotti

Firenze 1675 – Mondovì 1741

Angelo con ghirlanda di fiori, 1715 crica

Angel Holding a Garland, ca. 1715

Affresco staccato / Fresco

Parma, chiesa di santa Teresa (distrutta nel 1944)

Inv. 1904

 

I quattro ovali con putti esposti in questa sala sono stati realizzati da Sebastiano Galeotti, largamente attivo in vari cantieri cittadini della prima metà del secolo, per la chiesa di santa Teresa, dalla quale provengono anche altre porzioni di affresco attualmente collocate nei depositi del museo. Dopo il bombardamento alleato del 1944, che ha portato alla distruzione dell’edificio religioso, gli affreschi sono stati in un primo tempo lasciati esposti alle intemperie, per essere in seguito distaccati, trasportati su tela e conservati in museo a opera dell’allora Soprintendenza alle Gallerie di Parma. L’origine di queste figure allegoriche, del tutto ispirate all’iconografia bacchica, ha permesso di accostarle ad altre produzioni classiche e neoclassiche rappresentate nella sala del Trionfo.

 

Manifattura emiliana

Armadio, ultimo quarto del XVII secolo

Wardrobe, late 17th century

Legno di noce intagliato / Carvedwalnutwood

Dato in deposito dall’Amministrazione provinciale alla Biblioteca Palatina (1856), in deposito al Museo Nazionale d’antichità (1880)

Inv. 1808 (Biblioteca Palatina)

 

Ignota è l’origine di questo armadio, tuttavia ben rappresentativo del gusto classicista tipico delle produzioni emiliane nel secolo Barocco.

 

 

Manifattura emiliana

Armadio, prima metà XVIII secolo

Wardrobe, first half of the 18th century

Legno di noce intagliato / Carvedwalnutwood

Dato in deposito dall’Amministrazione provinciale alla Biblioteca Palatina (1856), in deposito al Museo Nazionale d’antichità (1880)

Inv. 1810 (Biblioteca Palatina)

 

Ignota è l’origine di questo armadio, che può essere facilmente ricondotto all’esuberanza barocca tipica delle produzioni ducali della prima metà del Settecento.

 

Benigno Bossi (?)

Arcisate 1727 – Parma 1792

Alessandro Cocchi (?)

Torino 1774 – Parma 1838

Danza femminile davanti al simulacro della Vittoria, circa 1770

Women dancing in front of the personification of Victory, ca. 1770

Affresco staccato / Fresco

Parma, Palazzo del Giardino

Inv. 2193

 

I due affreschi a finto arazzo decoravano un ambiente del primo piano dell’ala sinistra del Palazzo del Giardino, danneggiato dai bombardamenti del 1944. Recuperati nel 1960 insieme ad altre cinque scene, illustrano episodi tratti dal V canto dell’Eneide e in particolare i giochi celebrati in Sicilia da Enea durante il suo secondo sbarco sull’isola. Esemplari tipici del ritorno all’antico avvenuto dopo il 1760, documentano, nel confronto con il Trionfo da tavola, la persistenza e la tenacia degli schemi, dei moduli e dei modelli iconografici del neoclassicismo. Il ballo attorno al simulacro e la figura della Vittoria con il braccio teso ritornano nel corteo bacchico del vaso medici o nella iconografia di Diana sul vicino Trionfo da tavola.

 

Johan Joachim Kändler

Arnsdorf, 1706 – Meissen, 1775

Allegoria dell’Aria, 1750-1760

Allegory of Air, 1750 – 1760

Porcellana / Porcelain

Proprietà dei duchi Don Filippo di Borbone e Louise Elisabeth, in deposito dall’Amministrazione provinciale al Museo Nazionale di antichità (1880)

 

Il raffinato gruppo plastico è attribuibile con certezza al modellatore Johan Joachim Kändler presso la manifattura di Meissen, che ne realizzò una prima versione per dei vasi grandi nel 1742, più tardi ripreso per realizzazioni in dimensioni ridotte, come in questo caso. Louise Elisabeth, figlia di Luigi XV, fu una figura centrale nel veicolare la politica e imprimere alla corte parmense la cultura e la moda d’oltralpe: impreziosì le residenze ducali di mobili, tappezzerie, porcellane di Sèvres e Meissen, e promosse la presenza a Parma di artisti francesi. Le collezioni ducali, che includevano oltre duemila porcellane, sono state ampiamente disperse a seguito dell’annessione al Regno d’Italia; l’opera qui esposta è una rara testimonianza di quel fastoso passato.

 

 

Real Fabbrica di Parma

Zuppiera à Smalto, terzo quarto del XVIII secolo

Souptureen, thirdquarter of the 18th century

Maiolica

Earthnware, tin-glazedoverall

Galleria Nazionale,

Collezione Cristina Campanella

(in comodato d’uso 2018)

 

Il manufatto è descritto nei documenti di fabbrica col grado di misura grande. L’ornamentazione pittorica è espressione evidente dei virtuosismi derivanti dalla tecnica del “piccolo fuoco”, che interpreta il gusto rococò per eccellenza nel motivo floreale naturalistico dominato dalla rosa in porpora intenso, proposta in composizioni con iperico e astri recisi, e vero trionfo trompe-l’œil in forma plastica quale terminale del coperchio. La porpora di Cassio, ottenuta da cloruro d’oro e qui impiegata con profusione, è un chiaro indice della preziosità assegnabile alla zuppiera.

 

Real Fabbrica di Parma

Zuppiera à Giallo, terzo quarto del XVIII secolo

Souptureen, thirdquarter of the 18th century

Maiolica

Earthnware, tin-glazedoverall

Galleria Nazionale,

Collezione Cristina Campanella

(in comodato d’uso 2018)

 

La foggia denota eleganza formale di gusto francese con leggiadrie rocaille nella modellazione delle prese a trompe-l’œil e un impianto decorativo giocato su due toni di antimonio con festoni frangiati trattenuti da conchiglie, tralci floreali e insetti. Nei documenti di fabbrica si identifica nella misura “mezzana” della tipologia à Giallo, qui associata ad una compostiera che si configura come parte di un medesimo servito.

 

Real Fabbrica di Parma

Versatore à Rosso, terzo quarto del XVIII secolo

Jug, thirdquarter of the 18th century

Maiolica

Earthnware, tin-glazedoverall

Galleria Nazionale,

Collezione Cristina Campanella

(in comodato d’uso 2018)

 

L’invaso rovesciato a elmo rovesciato su base tortile è completato da un’elaborata ansa a doppia rocaille e offre nell’insieme una delle più eleganti versioni in maiolica ispirate all’argenteria coeva. Il motivo floreale, comunemente noto come “tarchiolo”, è una rielaborazione di ornati di gusto estremo-orientali e si inserisce nella gamma indicata nelle carte di fabbrica à Rosso per definire l’aggiunta in terza cottura (piccolo fuoco) del rosso ferro ai classici quattro ossidi del gran fuoco.

 

Real Fabbrica di Parma

Compostiera à Smalto, terzo quarto del XVIII secolo

Bowl, thirdquarter of the 18th century

Maiolica

Earthnware, tin-glazedoverall

Museo Nazionale di antichità, Legato Sen. Giovanni Mariotti (1934)

Inv. 1698

 

Il modello è direttamente ispirato alle porcellane francesi Chantilly, ripreso anche da Joseph Hannog nella manifattura di maioliche di Strasburgo con leggere varianti, e propone un gusto ornamentale condiviso da altre produzioni settecentesche, quale la singolare palette in bicromia verde e manganese, qui con motivi floreali gettati.

 

 

Real Fabbrica di Parma

Compostiera à Giallo, terzo quarto del XVIII secolo

Bowl, thirdquarter of the 18th century

Maiolica

Earthnware, tin-glazedoverall

Museo Nazionale di antichità, Legato Sen. Giovanni Mariotti (1934)

Inv. 1714

 

Gli esuberanti pezzi esposti, oltre a evocare il fasto delle ritualità di corte, documentano il forte incentivo dato dal DuTillot all’attività manifatturiera locale e in particolare della Francia, dove sulla scia di Luigi XIV e di Colbert erano attive le manifatture reale dei Gobelins, di Saint-Gobain e di Sèvres. La produzione della Real Fabbrica di Maiolica e Vetri, attiva a parma tra 1753 e 1807 e dotata di un privilegio nel 1759, era destinata a produrre oggetti sia per un largo pubblico che per la nobiltà. Fu tra le prime in Italia ad adottare la tecnica a “piccolo fuoco”, introdotta a Strasburgo verso il 1745 e documentata a Parma dal 1766, che consentiva di utilizzare per la maiolica gli stessi smalti brillanti e di più varia gamma cromatica adoperati per la porcellana, con evidente riferimento alle creazioni francesi e tedesche.

 

 

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