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“La tragedia di un uomo ridicolo”: quel film di Bertolucci che esalta la bellezza di Parma e denuncia la viltà del capitalista borghese

di Marco Rossi

 

Sfondo rosso. Mezzo busto di Ugo Tognazzi, ben vestito, con cappello da marinaio in testa, intento a guardare lontano attraverso un binocolo. Sotto si legge il titolo del film: La tragedia di un uomo ridicolo. Dove ridicolo è scritto con un carattere più grande rispetto alle parole precedenti. Questa semplice locandina, che mostra Tognazzi in un atteggiamento apparentemente buffo, potrebbe essere fuorviante per l’interpretazione del film.

Chi conosce Bernardo Bertolucci, però, sa perfettamente della sua grande esperienza nell’indagare l’animo umano, tra debolezze e contraddizioni. Con questo film non si smentisce. Il cinema D’Azeglio, che ha già reso omaggio al regista parmigiano con una rassegna a lui interamente dedicata, ha riproposto la pellicola del 1981 giovedì 27 luglio, all’interno delle proiezioni dell’arena estiva, con l’iniziativa intitolata “Parma e il cinema”. Le vicende narrate, infatti, sono state interamente ambientate a Parma e in provincia, omaggiate così in modo magnifico.

Scritto e diretto da Bernardo Bertolucci, il film inizia col rapimento di Giovanni, figlio di un industriale parmigiano, da parte di un imprecisato gruppo terrorista. Il padre, Primo Spaggiari, interpretato da Ugo Tognazzi, inizialmente cerca di riportare a casa il figlio, in seguito però, venuto a conoscenza della morte, prova invece a utilizzare i soldi del riscatto per salvare il suo caseificio in crisi. La storia potrebbe essere uno spaccato dell’Italia di quegli anni, caratterizzata da rapimenti e terrorismo politico, tuttavia Bertolucci preferisce non approfondire il contesto dell’epoca, per dedicarsi maggiormente all’analisi dei vari personaggi. Ugo Tognazzi, infatti, ha ricevuto il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes del 1981. Tognazzi riesce a costruire un personaggio verosimile, fornendo il ritratto amaro di un borghese che giorno dopo giorno perde tutte le sue certezze, senza più aver uno scopo ben preciso nella vita, diventando così lo specchio di una società, secondo il regista, sempre più alla deriva.

Nonostante non sia uno dei suoi lavori più famosi, Bertolucci costruisce un’opera che si collega alla sua filmografia sia a livello tematico sia a livello visivo. La scena del ricevimento alla villa di Spaggiari, che richiama al castello di Torrechiara, è esemplificativa: durante la serata, la moglie di Primo, Barbara, cerca di convincere altri industriali a contribuire al riscatto. La scena, come si è visto anni dopo nel film L’ultimo imperatore del 1987, presenta un ricevimento estremamente elegante, accompagnata dal suono di un pianoforte, e caratterizzata da un leggero color seppia, per darle un’aura passata. Proprio durante il ricevimento emerge tutta l’avidità e la crudeltà di quelli che dovrebbero essere gli amici della famiglia, mettendo così in luce gli aspetti più vili del capitalismo e della società borghese. Un’altra scena esemplificativa, ispirata al film Il conformista del 1970, è quella svoltasi nel bosco, dove Primo è minacciato da Barbara, vestita con un impermeabile che richiama ai film noir, con una pistola. La poca fiducia della moglie nei confronti del marito deriva da un’ambiguità di fondo presente nella pellicola, che porta a dubitare di tutti i personaggi e del loro ruolo nella vicenda. Purtroppo i colori in questa scena, che avrebbero potuto esaltare quelli autunnali del bosco, sono poco accesi, senza lasciare un effetto suggestivo.

 

Il vero e proprio punto di contatto con la filmografia di Bertolucci, però, resta l’ambientazione: Parma. La città, per quanto secondaria, è ben presente nel film, tra vicoletti, strade e palazzi, senza far mancare una soggettiva di piazza Garibaldi, e tutta una serie di riferimenti gastronomici e vari richiami. A essere più esaltata, però, è la provincia, quella agricola e industriale: meravigliosi paesaggi fanno da sfondo alle vicende narrate, dando una sensazione di pace che esalta maggiormente, per contrasto, le travagliate vicende dei personaggi. Inoltre, come fatto già in Novecento del 1976, l’attenzione è focalizzata sui prodotti tipici della zona, in particolare sulla loro produzione: dal processo che trasforma il latte in formaggio, alla raccolta dei pomodori, fino all’uccisione dei maiali. Tutto per esaltare quello spirito contadino che sempre Bertolucci ha contrapposto agli affari borghesi e che sempre ha trovato e ammirato nella sua città natale.

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