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Vi racconto il mio cinema: Sully di Clint Estwood

di James Ford


E’ davvero curioso quanto, ultimamente, il nome di Clint Eastwood sia stato associato più a quello del nuovo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump che non al Cinema: il grande vecchio della settima arte made in USA, senza ombra di dubbio il John Ford della nostra generazione, sconta presso lo stesso pubblico che lo idolatrava ai tempi di Mystic River e Million Dollar Baby un retaggio politico – quello repubblicano, ben lontano, per quanto si possa credere qui in Europa dall’estrema destra figlia del Vecchio Continente – che, dalle mie parti – che politicamente sono ben diverse dalle sue, sia chiaro -, aiuta lo stesso Eastwood a guardare alle cose, al mondo ed alle pellicole con un carattere che tanti registi più giovani e celebrati di lui mostrano, lavorando di fatto per sottrazione, rigore, pulizia in termini di esecuzione e messa in scena.
Sully, associabile a lavori “minori” del vecchio Clint come Invictus o J. Edgar, torna a raccontare quanto importante sia il fattore umano, vero e proprio spartiacque tra catastrofe ed impresa, che in molte occasioni, dalla cronaca locale agli eventi internazionali, ha fatto la differenza nella storia della nostra società: uno di questi fu quel giorno del gennaio duemilanove in cui il Capitano Sullenberger detto Sully, a seguito di un’avaria ai motori dell’aereo di linea che aveva da poco portato in quota causata dallo scontro con uno stormo di oche canadesi, decise di optare per un – sulla carta – rischioso atterraggio di emergenza nel fiume Hudson invece che rientrare al La Guardia, dal quale aveva preso quota poco prima, salvando la sua vita e quella di centocinquantraquattro altre persone a bordo, e per questa decisione fu costretto ad affrontare un’inchiesta che avrebbe potuto costargli lavoro e pensione a pochi mesi dal raggiungimento della stessa.
Quasi sottovoce, ma con una fermezza degna degli uomini d’altri tempi come il suo protagonista, Eastwood racconta quello che avrebbe rischiato di essere il trionfo di una tronfia retorica a stelle e strisce trasformandolo nell’indagine del cuore di un uomo messo sotto accusa per aver salvato delle vite ed essersi fidato del suo istinto, celebrando al contempo la forza di un Paese che nei momenti di difficoltà ha sempre mostrato la pasta di cui è fatto: e nel giorno in cui New York si è stretta e rialzata tanto e quanto l’Undici settembre – i soccorsi ai superstiti, in balìa del freddo di gennaio tra le acque dell’Hudson, durarono meno di mezzora – Eastwood racconta l’ideale di una società che celebra e ha bisogno di eroi ma è costruita sulla quotidianità delle persone, proprio come quegli stessi “eroi”.
E se l’uso del tempo di narrazione e delle riprese in IMAX non lasciano alcun dubbio sull’abilità tecnica di quello che, con buona pace degli altri mostri sacri, è a mio parere il miglior regista americano vivente, il ritratto tutto umano di Sully e del suo disagio nell’essere eroe sono figli della poetica di un autore che non ha mai dimenticato, nonostante la mano ferma e gli “occhi di ghiaccio”, quanto forte batta il cuore dell’Uomo.
Dal “nulla e l’addio” alle grandi imprese.
A prescindere alla politica.


Voto: 7,5

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