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Francesco Fulvi, l’architetto che insegue sostenibilità e partecipazione: “Il miglior progetto è condiviso”

di Arianna Belloli

 

Francesco Fulvi, 45 anni, ingegnere e architetto junior, nato a Fornovo e attivo a Parma come libero professionista. Fondatore dell’associazione Manifattura Urbana.

Il suo sogno? Insegnare tecniche di costruzione che uniscano antichi saperi e nuove tecnologie, vivere in un mondo più sostenibile. Sempre più sensibile ai temi ambientali, insieme ai colleghi e amici di Manifattura Urbana, si impegna nel promuovere circuiti virtuosi. Ne è un esempio il Modulo Eco sorto in piazzale della Pace dallo scorso ottobre, simbolo di efficientamento energetico, edilizia sostenibile e autocostruzione.

Perché sostenibilità non è solo edilizia, per Fulvi deve essere anche sociale, economica, energetica ma soprattutto sinonimo di partecipazione cittadina. Ed è infatti da quest’ultima riflessione che è iniziato anche il progetto della riqualificazione del Parco di via Verona.

 

Parlaci di te e del tuo percorso di studio e lavoro.

Mi sono laureato a Bologna in Ingegneria poi a Parma  in Architettura. Ho studiato e lavorato in Francia tre anni e da allora vado spesso a Parigi, per me continua fonte d’ispirazione. Ora sto prendendo il dottorato di ricerca al dipartimento di ingegneria ed architettura di Parma, indirizzo tecnologia, che è trasversale nei due ambiti di studio.

Sono iscritto all’Ordine degli Ingegneri di Parma e mi sono candidato per il rinnovo del consiglio. La nomina sarà sabato. Ho uno studio privato come progettista in borgo Riccio e ho lavorato per il Comune di Parma per la progettazione della nuova biblioteca d’Alice che dovrebbe sorgere nel parco del quartiere Pablo.

La mia passione è l’insegnamento. Sono stato professore non con contratto accademico, ma da libero professionista, all’università di Bologna e Parma. Mi piacerebbe tenere dei laboratori che non siano solo teorici ma anche pratici sempre nell’ambito della sostenibilità edilizia.

Modulo Eco

Come dovrebbe essere la tua città ideale? 

Principalmente pedonalizzata, piena di mezzi pubblici e biciclette. Le strade devono essere pensate per il pedone. Ora la gerarchia è: auto, moto, bicicletta, pedone. Io lo invertirei, il pedone padrone della città. Un centro pedonalizzato ma non chiuso alle auto che spero andranno via via sempre in decrescendo. Spererei infatti nella sostituzione delle auto private con car sharing e bike sharing. Non può essere un passaggio improvviso, per i prossimi 5-10 anni servono delle alternative per prepararsi alla trasformazione. Un esempio possono essere i parcheggi temporanei, smontabili e convertibili. Delle strutture a parcheggio multipiano in acciaio che possano portare auto in centro non a costi proibitivi e a distanze congrue. Non mi invento niente. Sono cose che si possono vedere all’estero, ad esempio a New York.

 

Cosa si può fare per cambiare anche in una “piccola” città come Parma?

“Parlando di cambiamento climatico, ci sono anche piccole cose che possiamo fare da subito. Per esempio in piazzale della Pace, nelle ore diurne e centrali, si soffre molto il caldo. Infatti non c’è nessuno seduto sul prato a quelle ore. Basterebbe piantare degli alberi, aggiungere fontane e acqua per influire sul microclima.

Nel piccolo possiamo incidere. L’uomo, abbiamo visto nella storia, tende sempre a delegare, a  pensare che sarà responsabilità di qualcun’altro. Dobbiamo invertire questa tendenza”.

Allora la tua Parma, tra 10 anni, come deve essere?

“La vedrei molto più verde, piena di parchi, soprattutto in centro. Con una nuova viabilità, come spiegato prima. Con molto più coraggio nelle sperimentazioni. Molte più zone gioco e bimbi. Meno spazi monumentali e più spazi vivibili come ho osservato in diverse realtà straniere. In alcune città europee c’è molto meno paura di modificare gli spazi. Faccio l’esempio sempre di piazzale della Pace: prima era un parcheggio poi è diventato prato al modificare delle esigenze della città. Anche ora avrebbe bisogno di una trasformazione”.

 

Lei è il progettista della nuova Biblioteca d’Alice. Abbiamo visto a Parma tanti progetti finiti in speculazione edilizia o spreco. Com’è, secondo lei, che dovrebbe essere il percorso di un progetto pubblico?

“Il lavoro del progettista deve essere fatto in sinergia con il sociologo, l’economista ed altre figure, soprattutto per gli spazi pubblici. Importante per me l’idea anche di progettazione partecipata con i cittadini. È una cosa in cui credo molto. Prendo ad esempio il Modulo Eco, mi ha fatto capire che spesso molti problemi vengono sollevati è perché non c’è stato il dialogo. Con la partecipazione stimoli il senso di appartenenza e di cura degli spazi condivisi. Come Manifattura Urbana, in accordo col settore sociale del Comune, stiamo provando a farlo per il progetto di riqualificazione del parco di via Verona”.

Biblioteca d’Alice

C’è un progetto urbano dell’attuale amministrazione che condividi?

Mi piace l’idea di recuperare il verde del greto del fiume per farne un parco. Ci sono aree ricche di fauna e vegetazione che devono essere lasciate intonse ma in generale si farebbe vivere di più ai cittadini la loro città senza il bisogno di prendere tutte le volte la macchina per stare nella natura. Mi piace anche il progetto generale della Cittadella. Per l’Ospedale Vecchio sono contento che venga riaperto. Come per il complesso San Paolo,  credo si debba avere urgenza nel recuperarlo.

 

Piazzale della Pace invece? Come valuta il progetto che dovrebbe vedere i lavori iniziati a breve?

Non mi piace molto. Da quel che ho visto è un progetto vecchio e che non tiene conto delle necessità di questa piazza, è mancata la partecipazione cittadina. Per quello che ho visto eliminano del verde pavimentando molte zone che aumenteranno invece il caldo. Mancano gli alberi, non ci sono panchine. Oltre all’ombra mancano le aree gioco. Sono problemi che ho sentito dalle persone vivendo qui ma che non vengono risolte.

 

Cosa farebbe per risolvere il problema Ponte Nord?

Io sarei propenso per un concorso anche internazionale, un bando alla ricerca di un’idea che però stia alle leggi e alla condizione attuale, nessuna deroga come se fosse il Ponte Vecchio di Firenze. L’oggetto in sé non è brutto ma è il luogo che non è consono. Io lo sposterei ma può anche essere adatto ad esposizioni temporanee. Basta che venga usato e che non si aspetti inutilmente altri anni in attesa della deroga dal Governo.

Cos’è e perché è nata Manifattura Urbana?

“E’ nata nel 2014 per una serie di motivi. Per incidere non puoi lavorare da solo ma insieme. Quando nasce un’opera architettonica contro il volere dei cittadini si creano di solito dei movimenti spontanei, delle associazioni che protestano o comunque si mobilitano. Queste all’estero sono servite negli anni a creare consapevolezza ed educare così che in futuro non si ripetano casi di “cattiva edilizia”. Manifattura Urbana è nata principalmente per educare, un educazione propositiva non distruttiva.

Abbiamo fatto diverse cose e progetti come lo spazio e giardino condiviso nel parco Golese, recuperando un’ area abbandonata. Abbiamo fatto aprire la seconda porta dei giardini di San Paolo chiusi dall’ultima amministrazione Vignali. Abbiamo lavorato con la scuola Puccini per mettere a posto gli orti e l’area verde. Abbiamo collaborato per l’opera “Il Terzo Paradiso” di Pistoletto. Opera che si poteva strutturare meglio ma che non è stata capita, forse difetto della comunicazione.

In Piazza Garibaldi abbiamo montato l’esperimento “Cubo di Ghiaccio” come esempio di quanto sia importante una costruzione di elevata efficienza energetica. Abbiamo realizzato la bacheca del Bizzozero e book crossing in giro per la città. Ultimo il Modulo Eco che ci ha portato in giro per l’Italia e all’estero, per convegni di presentazione e riconoscimenti. A Ghiare di Berceto, in accordo col sindaco Luigi Lucchi, stiamo recuperando l’ex Fornace. E ora sta andando avanti il progetto del Parco di via Verona.

In via embrionale ci sono un altro paio di progetti con altre associazioni perché vogliamo aprirci sempre di più alle collaborazioni ma anche a nuovi associati che non siano per forza architetti o ingegneri (ora sono più di 100 i soci ndr). Stiamo valutando cosa fare per il Casino dei Boschi di Carrega, residenza di Maria Luigia, che abbiamo già pulito da arbusti ed erbacce nella parte di proprietà pubblica.

Tra le mie speranze per il futuro c’è anche un progetto di autocostruzione assistita, come il Modulo Eco, per e con i richiedenti asilo”.

http://www.manifatturaurbana.org

 

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